Cosa siamo stati noi

Ritrovo il sentiero con una certa facilità anche se l’ingresso è nascosto dagli arbusti.

Sembrano trascorsi pochi mesi da allora e invece sono passati anni, tanti anni.

Parcheggio. Il cielo è limpido, solo qualche nuvola soffice e bianca a smuoverlo un po’.

Non ti saresti spazientita per il tempo di oggi, penso sorridendo.

Quanti invece gli scoppi di ira per due gocce di pioggia. Anche tu eri un piccolo temporale fatto di molto rumore per nulla.

Poi tutto passava, tornavi docile e arrendevole, sempre desiderosa di scusarti, anche se alla fine decidevi di non farlo quasi mai.

Ma io lo capivo comunque, dalla forma dei tuoi occhi, dallo spianarsi della fronte e dalla linea del tuo sorriso. Lo capivo che la tempesta era passata e che tu eri tornata da me,

Eri un fuoco che si accendeva di rado e per motivi che spesso non riuscivo a cogliere, ma quando lo facevi bruciavi, eccome se bruciavi. Avevo solo imparato ad aspettare che tu ti spegnessi quel tanto che bastava per consentire al mio corpo di riavvicinarsi al tuo.

Poteva accadere per mille ragioni, anche minuscole nella loro apparente scarsa importanza.

Magari solo perché il sole riappariva fra le nuvole, perché sentivi il vagito di un bambino o, molto più semplicemente perché avvertivi il volo di una farfalla gialla accanto a te.

Le emozioni riuscivano ad attraversarti in maniera così improvvisa che non c’era modo di prepararsi per difenderti.

Senza corazza, ho sempre pensato che tu ne fossi priva e ciò mi faceva provare per te una tenerezza infinita ed un desiderio di proteggerti ancora più grande.

Il cancello è sempre al proprio posto, però il sentiero appare più trascurato di come lo ricordavo. Devo fendere i rami spinosi aiutandomi con le braccia e non accadeva allora perché sono certo che le mie mani fossero sempre impegnate con te.

Devo anche fare molta attenzione a decidere dove poggiare i miei piedi, il terreno di rocce aguzze e scivolose è insidioso.

Il fatto che nessuno si sia mai preso la briga di sistemarlo credo sia positivo. E’ ciò che ha consentito a questa spiaggia protetta dai più, di conservare intatto il proprio incanto.

Continuo a scendere con cautela avvertendo nei polpastrelli la sensazione di morbidezza che mi regalava la tua mano.

Ti tenevo, sempre, avevo paura che tu cadessi. Ma ancora di più avevo una folle paura di perderti. Ti tenevo così tanto che a volte sembravi spazientirti, ma mi lasciavi fare.

Non sono più un ragazzino e mi viene da pensare che se non resterò concentrato mi ritroveranno dopo giorni a testa in giù fra le rocce.

Tendo le orecchie e non sento altro rumore che non sia quello delle onde che arriva dal basso, unito al suono delle cicale.

Finalmente affondo i piedi nella sabbia, il sole è basso all’orizzonte, fra poco sceglierà di morire e lo farà proprio qui, davanti ai miei occhi e allora il mio film sarà esattamente identico a come l’ho sognato.

Continuo ad avanzare piano, non voglio ricordare tutto subito, l’immagine di noi non deve svelarsi troppo in fretta.

Indugio ancora un attimo sul profilo del mare, sulla consistenza della sabbia, sul rumore delle onde. Ma il richiamo è troppo forte e antico e non posso aspettare oltre.

Mi volto molto lentamente perché voglio gustarmi ogni singolo istante che precederà il momento in cui rivedrò noi.

La grotta non è cambiata, solo i secoli potranno mutarne la fisionomia.

Abbasso la testa per entrare e un odioso scricchiolio alla colonna vertebrale mi obbliga a ricordare che il mio ingresso di allora era decisamente più sciolto.

La luce la illumina in obliquo in ogni angolo, di quel colore che soltanto il sole al tramonto sa regalare alle cose.

Anche la sabbia brilla come oro.

C’è una ragazzina, la t -shirt alta sulla pancia le copre a mala pena i seni ancora acerbi. Gli shorts evidenziano due stupende gambe tornite e abbronzate.

È seduta a gambe incrociate, la schiena ben diritta.

Parla animatamente muovendo le mani, sorride, poi ride forte e piega la testa di lato. Così facendo sembra quasi che i suoi occhi diventino ancora più grandi nel momento in cui li allarga per guardare lui.

Ne escono dolcezza, amore e un desiderio che posso sentire anche a distanza di decenni.

Lui è a torso nudo, i muscoli abbronzati sono pronunciati quanto basta, senza eccessi e indossa Jeans che ancora non ha avuto il coraggio di sfilare nonostante il caldo, non vuole essere precipitoso.

Soprattutto non vuole che lei pensi che l’ha portata nel suo rifugio segreto solo perché la desidera da morire.

Ciò che vuole davvero è sprofondare nei suoi occhi di bambina che lo guardano con adorazione e ascoltarla parlare di tutto. Gli piace fare l’amore con il suo cervello, sopra ogni cosa.

Lo distraggono solo in parte il rumore delle onde, il sole che sta affogando in mare riempiendo di rosa la terra e lo attraversa il sospetto che Dio stia mettendo in scena la meraviglia solo per loro.

Non riesco a smettere di guardarli e la visione è così nitida e vera che gli occhi si inumidiscono rendendomi felice, perché credevo di non essere più capace di provare emozioni e invece sì.

Tutto quello che mi serviva era tornare qui, avevo bisogno di lei, di riascoltare il suono della mia voce mentre le dicevo “ora però mi devi promettere che quando sarai tanto tanto vecchia, racconterai a qualcuno cosa siamo stati noi.”

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