La poetessa

Ci sono certi giorni in cui tutte le emozioni sembrano danzare dentro di me senza sosta e soprattutto senza darsi troppa pena di occupare tutto lo spazio o fare danni. Perché intendiamoci, lo spazio che posso dedicare loro è immenso, ma poi ci sono i confini del mio corpo e a volte le sento battere così forte contro la pelle da farmi male. Non oggi però. Il cielo è grigio e non predispone al buon umore, eppure c’è nell’aria un odore dolce di cose antiche e malinconia. Mi accorgo di respirarla piano ad ogni passo e sono preparata al fatto che la prima immagine che catturerò con lo sguardo sarà in grado di scatenarmi dentro un film di ricordi senza soluzione di continuità. Lo so. E puntualmente accade.

Sono seduta alla Posta in una attesa diligente del mio turno. Non sento ancora la voglia di dialogare perché i miei occhi sono pieni di sonno. Così abbasso lo sguardo sul libro che ho portato con me e tento di leggerne qualche pagina fino a quando un piccolo spostamento, al margine del campo visivo, cattura la mia attenzione e la vedo. Non accade da molti anni. E’ cambiata, inevitabilmente invecchiata. Eppure nell’insieme coincide in maniera impressionante con il ricordo che ho di lei e che è rimasto disegnato sulla mia retina di bambina.

E’ minuta e vestita in maniera elegante con abiti classici dal sapore antico. Le scarpe che coprono piedi minuscoli hanno il tacco a rocchetto. I piccoli passi continuano ad essere veloci come allora nonostante il lavoro che il tempo ha compiuto su di lei. I capelli corti sono spruzzati di argento qua e là sotto l’immancabile cappellino. E poi c’è il rossetto, indimenticabile. Non credo di averla mai vista senza. Cerco di essere discreta ma non posso fare a meno di guardarla perché il solo vederla ha aperto dentro di me una voragine, in cui io sono la bimba, e lei una Maestra, che nel mio immaginario ho sempre associato ad Ada Negri. Era alla poetessa e a lei che collegavo i miei pensieri ogni volta che la neve ricopriva per giorni e giorni il mio paese, con una coltre così spessa da costringere tutti, grandi e bambini, a restare in casa fermando il tempo.

Ad una immagine ne seguono altre, veloci, inafferrabili e inarrestabili. Il babbo che spala per farsi strada fino al negozio di generi alimentari, tornando poi con il maritozzo alla panna, quasi che la neve ci desse diritto ad un premio senza dover contare i soldi una volta tanto. La mamma, sempre affaccendata ma felice di tenermi con sé a casa e regalarmi così una dose maggiore delle sue braccia morbide. Mio fratello che abbandonava per qualche giorno l’adolescente scontroso e diventava improvvisamente più dolce. E poi la neve che cadeva piano su di me piccola. Riesco ad arginare in tempo il fiume di nostalgia che tenta impetuoso di iniziare a scorrermi dentro e che sa bene di potersi insinuare in me con grande facilità in giornate come questa in cui la mia corazza, già normalmente piuttosto debole, è praticamente inesistente.

Non oggi però.

Sui campi e sulle strade;

silenziosa e lieve,

volteggiando, la neve

cade.

Danza la falda bianca

nell’ampio ciel, scherzosa,

poi sul terren si posa

stanca.

In mille immote forme

sui tetti e sui camini,

sui ceppi e sui giardini

dorme.

Tutto dintorno è pace;

chiuso in oblio profondo,

indifferente il mondo

tace.

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